Scheda Giocatore

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RENZO GARLASCHELLI
Nato a Vidigulfo (PV) il 23/03/1950
Ala destra, m.1,75. Cresciuto nel S. Angelo Lodiginano.

Esordio in serie A a Roma il 24/09/1972 (Lazio - Inter 0-0).
Campione d'Italia con la Lazio nella stagione 1973-74 .
Conta 4 presenze e 1 rete in Nazionale B (Esordio ad Ankara il 14/01/1973 Italia - Turchia "Under 23" 3-1).
 

Due immagini di Garlaschelli con la maglia del Sant'Angelo e della Lazio

 

Anno Squadra Serie Presenze Gol
1968-69 S. Angelo D 32 6
1969-70 Como B 15 2
1970-71 Como B 34 2
1971-72 Como B 23 2
1972-73 Lazio A 29 7
1973-74 Lazio A 29 10
1974-75 Lazio A 23 6
1975-76 Lazio A 29 7
1976-77 Lazio A 23 5
1977-78 Lazio A 26 7
1978-79 Lazio A 17 5
1979-80 Lazio A 23 2
1980-81 Lazio B 26 2
1981-82 Lazio B 3 -
1982-83 Pavia C2 27 8
1983-84 Pavia C2 19 3
 
Renzo Garlaschelli dal S. Angelo al "tricolore"di Giuseppe Livraghi

Dal Sant'Angelo al tricolore. E' la storia di Renzo Garlaschelli, la storia di un giocatore che santangiolino non è, essendo nato a Vidigulfo, in provincia di Pavia, ma che con la maglia del S.Angelo ha iniziato la sua carriera di "vero" calciatore, dopo alcune esperienze con squadre di Seconda e Terza Categoria. Con i rossoneri disputa un solo campionato, in Serie D, nella stagione 1968-69, per poi passare in forza al Como, squadra militante in Serie B.
In riva a "quel ramo del lago" disputa 3 tornei cadetti, sfiorando anche una promozione, nella stagione 1971-72, quando i lariani tentarono fino all'ultimo di contrastare il passo delle "regine" Ternana, Lazio e Palermo. La Serie A, solo sfiorata dai comaschi (in cui però arriveranno poco dopo, al termine della stagione 1974-75), diventa invece una realtà per questa tenace ala destra, visto che la Lazio, neopromossa nella massima Serie dopo un solo anno di "purgatorio", decide di ingaggiarlo, facendogli così compiere un meritato salto di categoria. E' l'estate 1972.
Al primo anno in biancoceleste, Garlaschelli sfiora subito il titolo italiano, che è appannaggio della Juventus, capace di effettuare un incredibile sorpasso, proprio all'ultima giornata, ai danni del Milan (sconfitto per 3-5 nella "fatal Verona") e dei capitolini, battuti a Napoli da una rete di Oscar Damiani (0-1).
I neopromossi (e sottovalutati) laziali giungono così terzi, a due sole lunghezze da quel sogno chiamato scudetto. Mai, in 73 anni di storia, gli "aquilotti" erano andati così vicini all'apoteosi. Una apoteosi che ha luogo 12 mesi più tardi, quando, battendo il Foggia allo stadio "Olimpico" (1-0, rete di Chinaglia su rigore), l'altra metà del cielo di Roma festeggia il suo primo, storico titolo tricolore, che è da attribuire in buona parte all'indimenticabile tecnico Tommaso Maestrelli.
Oltre al "nostro" Garlaschelli, quella squadra era formata da molti altri campioni quali Giorgio "Long John" Chinaglia, "Pino" Wilson, Vincenzo D'Amico, Mario Frustalupi e lo sfortunato Re Cecconi, deceduto poco tempo dopo la conquista dello scudetto.
Una squadra di campioni, come dicevamo, capace di conquistare con pieno merito lo scudetto tricolore, che mancava dalla Capitale dalla stagione 1941-42, quando a vincerlo fu la Roma del bomber Amedeo Amadei.
La Lazio campione ballò però una sola estate: quella dello scudetto. Sfortuna, tragedie e defezioni varie la relegarono ben presto al ruolo di comprimaria, con poche soddisfazioni, prima della retrocessione a tavolino in Serie B (insieme al Milan), a causa di un illecito sportivo, consumatosi nella stagione 1979-80, l'annata del "totonero", la pagina più ingloriosa della storia del calcio italiano. In quella estate 1980 Garlaschelli è uno dei pochi reduci dello scudetto del 1974, ed è un trentenne ancora in gamba. Potrebbe trovare un ingaggio in Serie A, ma non se la sente di lasciare la squadra che lo ha consacrato. Resta così nella Capitale, a correre e lottare sui difficili campi della cadetteria, per cercare il ritorno nell'Olimpo del calcio italiano, senza però riuscirci (la Lazio si classifica quarta nel 1981 e decima nel 1982).
Così, dopo aver giocato per un decennio nel club romano, a trentadue anni decide di scendere di categoria, andando a vestire (per due stagioni) la maglia del Pavia, dove chiude la sua carriera in bellezza, riuscendo a conquistare la promozione in Serie C/1, al termine della stagione 1983-84.
Dal 1968 al 1984: sedici anni di calcio, resi brillanti da quello scudetto tricolore, atteso 74 anni, e che solo 26 stagioni più tardi (2000) sarebbe stato bissato.

Articolo tratto da "Il Ponte di Sant’Angelo Lodigiano"
 
Dal S. Angelo alla Lazio dello scudetto: poi si è ritirato nella natìa Vidigulfo.

La curiosità è nata da una partita di calcio del campionato di Serie D. Si svolse un po' d'anni fa, nella stagione agonistica 1968/69. Fu il primo derby fra S. Angelo e Fanfulla ed ebbe luogo nello stadio barasino terminando sullo 0-0.
Ebbene, nella formazione rossonera militava un certo Renzo Garlaschelli, un giocatore che con il pallone di strada ne avrebbe poi fatta parecchia, arrivando a vincere uno scudetto con la Lazio di Tommaso Maestrelli.
Abbiamo ritrovato Garlaschelli a Vidigulfo, il paese del Pavese dove è nato e dove abita tuttora. Da lì partì con la sua valigia di speranze, con la voglia di sfondare. Ricorda: «Venivo da esperienze in squadre di Seconda e Terza Categoria, per me vestire la maglia del S. Angelo era già motivo di grossa soddisfazione».
Una carriera indubbiamente di sicura caratura. Una sola annata in rossonero, il ragazzo ha classe può salire. Passa al Como dove rimane tre stagioni giocando 72 partite e segnando sei gol. Nel 1972 il passaggio alla Lazio nella quale militerà per nove campionati (l'ultimo in Serie B). Nella massima serie con la maglia azzurra disputò 199 gare, 49 furono i suoi appuntamenti con il gol. Fu fra gli artefici della conquista dello scudetto laziale nel 1974, al fianco di Giorgione Chinaglia, Frustalupi, D'Amico e lo sfortunato Re Cecconi. Lasciò la Lazio nel 1981 per vestire per due stagioni la maglia del Pavia in Serie C2. Allora ebbe occasione di essere avversario del S. Angelo, la sua vecchia squadra. Lo ricordiamo quale giocatore di alta qualità tecnica, centravanti prima, ala destra poi, un attaccante d'appoggio veloce e dal tocco apprezzabile, non un vero goleador, ma uno che sapeva trovare la porta quando serviva.
«Fu un'annata anche divertente, quella che passai a S. Angelo - ricorda -. Eravamo in squadra tutti giovani, carichi di entusiasmo. Cesare Campagnoli, l'allenatore, era grande amico di tutti. Poi i tifosi erano veramente un sostegno enorme per la squadra». Allora il massaggiatore dei rossoneri era Giuseppe Pisati. Sa - gli diciamo - che ora è presidente della società? Garlaschelli deve ancora assorbire una certa sorpresa: «Me lo hanno detto stamattina, non lo sapevo. Mi fa molto piacere, Giuseppe è un personaggio altamente meritevole».
Garlaschelli ha partecipato ai festeggiamenti della Lazio per il Centenario. «Sì - conferma -, sono andato a Roma e ho ritrovato i miei vecchi compagni. E' stato un momento emozionante tanto più che di Roma ho conservato un ricordo piacevole, là mi sono trovato bene, e nell'ambiente societario, e fra la gente». Diavolo d'un Garlaschelli, non conserva alcun strascico di rammarico o di critica, sul suo passato di calciatore. Evidentemente la sorte gli è stata benigna. Con l'ambiente del calcio, però, ha chiuso. «Faccio il pensionato - rivela - da quando ho smesso di giocare nel 1983 a trentatré anni. Ho perso entusiasmo per il gioco, poi, per vari motivi, l'interesse si è affievolito. Tanto più che il calcio oggi è diverso da quello che ho vissuto io. Mah?, credo che il mio fosse migliore...».
Se ne sta a Vidigulfo tranquillo il Renzo Garlaschelli, cursore dallo scatto bruciante che impensieriva tutti i difensori che dovevano fronteggiarlo. Ha staccato il telefono del pallone senza rimpianti, ha lasciato un mondo che lo vide fra i protagonisti, gli rimane un' esperienza ricca di soddisfazioni. Una scelta che testimonia la volontà di allontanarsi dagli affanni dalla frenesia dell'oggi.

Articolo tratto da "Il Cittadino"
 
Incontriamo Renzo Garlaschelli nella sua casa di Vidigulfo.

Abbiamo di fronte un cinquant'enne posato, mantenuto nell'aspetto fisico, che ricorda la stazza di ala destra di sfondamento che era: conferma del suo passato di atleta ad alto livello.
Oggi Garlaschelli, serie A nella Lazio tra il 1972 e il 1982, vive con tranquillità i ritmi della nostra pianura, che ha suoni e colori ben diversi dal clamore che si assaporava nella massima divisione, mentre giocava all'Olimpico.
Ma qual è stata la sua carriera? Il tutto cominciò nel lontano 1968, quando il giovanissimo Garlaschelli passò dalle gare dilettantistiche giocate nel suo paese, al Sant'Angelo, che allora, come oggi, militava in serie D: sarà il primo ingresso del futuro fuoriclasse, nel calcio semi professionistico.

Allora Signor Garlaschelli cosa ci può dire del suo inizio carriera?

Bhe, Ho cominciato qua nel Vidigulfo, poi sono passato al Sant'Angelo che allora era in serie D. A Sant'Angelo ho fatto un anno, la stagione 1968/69.

Che cosa ricorda di quell'anno passato in terra barasina?

Porto un bel ricordo di quel periodo, è stato anche un anno importante per me perchè per la prima volta ero in una categoria semi professionistica.
Ho giocato col mister Campagnoli, una persona squisita che mi ha insegnato molto e che è riuscito a costruire un bel gruppo affiatato.

Si ricorda chi ha giocato con lei in quell'anno? Quali sono le persone che le sono rimaste nella memoria?

All'epoca avevo 17/18 anni, c'erano molti altri giovani come me; ma ho un magnifico ricordo anche dei "vecchietti" come li chiamavamo noi. Come Acerbi o Bisleri; invece miei coetanei erano campioni della lavatura di Pozzato, che poi è andato a finire a Bologna; ma ricordo anche Cipelli, che è venuto con me a Como.

E come finì il campionato?

E' stata un'ottima annata, che abbiamo finito nelle prime posizioni.
Un anno importante per me, ma anche per la squadra barasina, che per la prima volta si trovava in quella categoria superiore. Iniziò proprio allora l'ascesa dei rosso neri verso la serie C.

E Poi?

Poi siamo partiti io, Pozzato e Cippelli, e siamo finiti a Como, che all'epoca era già in serie B: un altro bel salto per me! Ed infine sono finito alla Lazio e lì ci sono rimasto 10 anni, dal 1972 al 1982.
Gli ultimi miei due anni di carriera gli ho passati qua a Pavia, quando abbiamo vinto il campionato di C2. Poi ho smesso nel 1984.

Il suo ricordo più bello Garlaschelli?

Bhe, non è certo una domanda difficile questa. Sicuramente lo scudetto che ho vinto a Roma nella stagione 1973/1974.

E oggi, Signor Garlaschelli, cosa ci dice del presente?

Dopo la mia esperienza col Pavia, durata 2 anni, mi sono tolto di mezzo, semplicemente! Una chiusura totale perchè ero arrivato alla nausea.

Come, come, alla "nausea"?

Si. Ho sentito la necessità di chiudere i rubinetti col calcio, per staccarmene!

E così lei è passato da essere un fuoriclasse di questo sport ad uno che non ne vuole più sentire parlare. E' questo che ci vuole far credere Garlaschelli?

Non proprio. Non è che non ne voglio sentire parlare o che lo odia. E' solo che lo vivo in maniera ben diversa da come lo vivevo negli anni in cui giocavo.
Per esempio lo vedo ancora, vado ancora a quale partita, anche se prediligo quelle del calcio locale; ma ho dei tempi e dei ritmi tutti miei. E poi ho anche la mia idea sul calcio di oggi, che puo' essere diversa da quella degli altri.
Lo vivo come un momento di aggregazione, di rimpatriata tra vecchi amici. Ci mettiamo un piatto di pasta davanti, e solo così parliamo o guardiamo calcio.

Proprio nessuna nostalgia per quel mondo?

No. So che ci sono giocatori che hanno fatto fatica a staccarsi. Io invece ho avuto bisogno di rompere questo legame e praticamente l'ho fatto, senza nessun trauma. Infatti mi sono tirato fuori e non ho più nessun contatto col mio passato. Ogni tanto sento qualche amico giù a Roma e nulla più.

Tutto ciò mi fa sospettare che lei covi qualcosa contro il calcio. E' così?

No, assolutamente. Sono uscito senza polemica alcuna. Ripeto: il calcio lo seguo ancora, ma da esterno. Del resto il gioco di oggi è cambiato radicalmente! Una volta era più famigliare, ora è molto professionistico!
Come dicevo, ogni tanto seguo il calcio locale, quello che in un certo senso ha conservato i caratteri dello sport di un tempo e che piacciono a me.

Per il resto, la sua vita come trascorre?

Passo il tempo facendo poco e niente, da un punto di vista agonistico.
Faccio la vita del pensionato. Mi piace leggere: mi ricordo della lettura di un libro di Oscar Wilde, anche se non ho un genere preferito; mi interesso un po' a tutto; ogni tanto mi rileggo vecchie cose... E basta.

Com'è la vita dell'ex calciatore: deludente, soprattutto da un punto di vista economico?

Ma no, è tutto a posto. Anche noi ex calciatori abbiamo la nostra bella pensione.
Infatti da quel punto di vista dipendiamo dall'Enpas dello spettacolo, che ci assiste dopo i cinquant'anni. Io sono a posto grazie a Dio. Poi c'è l'Associazione calciatori, una specie di sindacato degli ex calciatori, che ci aiuta molto e da quando è nato, negli anni settanta, sino ad oggi è cresciuto parecchio!

Proprio più nessun contatto con quel mondo. Lei era un calciatore molto conosciuto. Oggi non è il preparatore di nessuno, non allena, non fa proprio nulla?

No. Non alleno, non preparo nessuno; ripeto: col calcio non faccio più nulla!
Guardo le partite per rimanere due ore con gli amici. Ma non ho ne patentino da allenatore, ne niente! E' una cosa che non mi interessa per nulla.
Vuole un esempio di quanto mi sia tirato fuori? Ebbene, qualche giorno fa mi ha chiamato Zigliani, redattore di Controcampo. Mi dice: " vieni in trasmissione", voleva cercare i giocatori che sono un po' spariti per farli fare qualche commento; io ho rifiutato. Perché a me certi amarcord non mi piacciono!
Bisogna fare vedere questi che giocano al giorno d'oggi; io voglio continuare a staccare la spina.

Almeno le persone di quel mondo, le sono rimaste amiche, le vede ancora?

Qualcuna si, ma non tutte. Per esempio, io abito a pochi chilometri da Sant'angelo, e di quel paese ha un ottimo ricordo. Ogni tanto ripasso dal centro ma di sfuggita; nella società di calcio attuale non conosco nessuno ed è difficile rivedere gli amici di un tempo. Ma se li trovo passo con loro qualche ora molto volentieri.
Anche Roma per me continua ad essere una città molto importante. Molto spesso ci ritorno. Io potevo finire lì, ma sono tornato a Pavia dove però ho avuto qualche delusione; la cosa mi ha convinto a lasciare il calcio!

Sa che a Sant'Angelo si ricordano ancora di lei con grande affetto?

E' bello saperlo! Mi fa un grandissimo piacere.

Tratto da www.90lo.it (1999)